Quando arriva un’intimazione di pagamento, il contribuente ha spesso la tentazione di trascurarla, pensando che si tratti di un atto secondario o che si potrà far valere la prescrizione in un momento successivo, magari in occasione di un pignoramento. Nulla di più sbagliato.
Correttamente, anche secondo la Corte di Cassazione (ord. n. 6436/2025), l’intimazione di pagamento ex art. 50 DPR 602/1973 è un atto che va necessariamente impugnato entro 60 giorni dalla notifica. Se non lo si fa, la pretesa tributaria si consolida e non sarà più possibile opporsi né eccepire vizi precedenti, come la mancata notifica della cartella o la prescrizione.
In pratica:
- se la prescrizione era già maturata prima della cartella, occorreva impugnare la cartella;
- se la prescrizione è maturata dopo la cartella o la cartella non è stata notificata, bisogna impugnare l’intimazione;
- se si aspetta l’atto di pignoramento, ormai è troppo tardi: la pretesa è definitiva.
Il termine dei 60 giorni è perentorio: trascorso questo tempo, l’obbligazione diventa definitiva. Ciò in base al principio della non impugnabilità, secondo cui ogni atto successivo ad un altro diventato definitivo per mancata impugnazione, si può impugnare solo per vizi propri (e non per vizi dell’atto cosiddetto “presupposto” che era rimasto incontestato).
Lo Studio ha seguito diverse controversie in cui il punto decisivo è stato proprio l’impugnazione tempestiva dell’intimazione di pagamento. Intervenire nei termini ha permesso di bloccare pretese ormai prescritte o viziate, evitando che diventassero definitive.
Per questo è fondamentale non trascurare nessun atto notificato dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione: ogni intimazione rappresenta un passaggio cruciale per far valere i propri diritti
SEMPRE CON VOI
Se hai ricevuto un’intimazione di pagamento, è importante muoversi subito: i 60 giorni scorrono rapidamente e dopo non sarà più possibile contestare. Lo Studio è a disposizione per esaminare la tua posizione e valutare le difese più opportune.
